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Le antiche galee in Mediterraneo Stampa questa paginaNews Feed

Creazione di costruttori italiani, furono protagoniste delle vicende marittime del Mediterraneo

A partire dal IX secolo le galee furono protagoniste delle vicende belliche e mercantili del Mediterraneo. Creazione di costruttori italiani la galea divenne la nave ideale per le esigenze del tempo, la chiave di volta indispensabile per tutte le flotte fino a quando la vela, a seguito delle scoperte oceaniche, si impose come unico sistema di propulsione navale. Ma anche dopo la scoperta della vela, seppur con minore importanza, la galea sopravvisse per lungo tempo, ad esempio impiegata nel mar Nero dalla marina Russa fin agli inizi dell’Ottocento.


Una vita dunque lunga quasi un millennio senza sostanziali modifiche, tranne che per l’adattamento imposto dall’evoluzione degli armamenti.
Ma partiamo dal nome Galeos, che in greco significa pescespada. La galea era una nave molto agile e veloce, dotata di uno sperone capace di infliggere danni irreparabili alle navi avversarie. La struttura tipica prevedeva una lunghezza intorno ai 45 metri per una larghezza di 6 metri. Le linee erano caratterizzate da bordi moloto bassi e pescaggi ridottissimi. Lo scafo non aveva coperta e conteneva circa 24 banchi per lato studiati per ospitare i vogatori. Ogni banco offriva spazio a tre vogatori che impugnavano un lungo remo. In alcuni progetti più complessi tuttavia furono sviluppati due o tre remi per banco, più corti, manovrati singolarmente da ciscun vogatore. In condizioni di tranquillità, comunque non belliche e con vento favorevole spesso le galee sfruttavano la spinta di una o due vele triangolari. Ma in condizioni critiche di battaglia la galea procedeva sempre sotto la spinta dei remi.


Il lavoro sulle galee era estremamente duro per tutti, anche per gli spazi ridottissimi. Innazitutto occorre osservare che l’equipaggio, in qualsiasi condizione di tempo, viveva costantemente allo scoperto, raramente spostandosi dalla propria panca proprio per mancanza di spazi. La razione giornaliera consisteva mediamente in due libbre di galletta, mezza libbra di carne secca o alternativamente pesce salato, un’oncia d’olio e una pinta di vino.
Il compito dei vogatori era il più massacrante. Nei primi secoli si trattava di uomini liberi, pagati ed equiparati al resto dell’equipaggio. Nel Trecento le difficoltà di reclutamento resero indispensabile mettere al remo i carcerati, sull’esempio della marina catalana (da qui deriva l’identificazione del carcere con la ‘galera’, termine popolare per galea, e l’uso del termine galeotto). Si distinsero quindi le galee ‘di libertà’ dalle galee ‘sforzate’, a seconda del genere di vogatori. Un secolo più tardi, mancando il numero di carcerati, si passò all’usanza tratta dai turchi di mettere al remo anche i prigionieri e gli schivi di guerra.


Presso la Repubblica di Venezia era costume invece mettere al remo vogatori liberi, arruolati per la gran parte fra gli schiavi della Dalmazia, ovvero gli schiavoni. Questa scelta dipendeva dal convincimento che la superiorità bellica dipendesse soprattutto dal fatto che i vogatori a bordo fossero liberi e quindi maggiormente determinati. A partire dalla metà del Cinquecento anche Venezia integrò, ma soltanto nelle operazioni belliche, i vogatori con i prigionieri, raggruppandoli al remo in un apposito reparto comandato dal Governatore dei condannati.
Lungo lo scafo era posto un robusto telaio con le impavesate, due passerelle di sostegno agli scalmi e su cui, durante le manovre di abbordaggio, combattevano gli equipaggi. La poppa era rialzata e ospitava il ponte di comando. Al di sotto vi erano le cabine degli ufficiali. A prua invece in origine era previsto un ‘mangano’, congegno a contrappeso in grado di scagliare grosse pietre contro le navi nemiche. Successivamente, con l’avvento della polvere da sparo, fu sostituito dal cannone. Entrambe le soluzioni erano rigidamente fissate allo scafo che occorreva quindi manovrare con destrezza al timone. Tuttavia è interessante notare che l’uso del timone fu introdotto soltanto dopo che Marco Polo ne vide l’efficacia in Cina e ne importò la tecnica in Occidente, mentre prima di allora lo scafo era manovrato con due remi a pala allargata, posizionati più a poppavia degli altri.
Le galee avevano un equipaggio di 300 uomini, di cui almeno due terzi erano vogatori, una cinquantina di marinai e il resto combattenti. Il restante equipaggio era composto dal ‘sopracomito’, nome dato al comandante; i ‘nobili di poppa’ che erano due o tre ufficiali; il ‘padrone’, un aiutante maggiore; il ‘cerusico’, un medico e infine il capitano degli armigeri. I sottufficiali comprendevano il ‘comito’ o nostromo, almeno due nocchieri, un pilota e un furiere detto ‘scrivano’.
La tattica di combattimento delle galee consisteva nello scagliarsi alla massima velocità possibile contro la nave nemica, vale a dire con voga ‘arrancata’, per speronarla. Quasi sempre però la contromanovra avversaria portava le navi ad abbordarsi, con conseguente aggrovigliamento e fracassamento dei remi. Si passava poi al combattimento corpo a corpo. L’obbiettivo degli assalti era spesso la conquista della nave con a bordo il comandante in capo nemico, perché da questa si poteva trarre il miglior bottino. Questo veniva poi suddiviso fra tutti i membri dell’equipaggio in proporzione al grado.
Va ricordato che per molti secoli, e sempre nella marina veneziana, la flotte navali erano comandate dal ‘Capitano generale’ e non dall’ammiraglio. L’ammiraglio era invece ciò che oggi chiamiamo il nostromo e solo in epoche successive designò il massimo grado navale. D’altro canto l’etimologia di ammiraglio proviene dall’arabo al amir rahl, che significa signore del mare.

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