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Laura Gualtierotti incontra l’architetto Mirella Borin 

 

Un pomeriggio per vedere più lontano



Dopo la laurea a Venezia conseguita con il massimo dei voti, il percorso formativo professionale avviene nei migliori studi milanesi, fino ad approdare in una delle più prestigiose società di engineering, la Austin Italia Spa, filiale della statunitense The Austin Company of Cleveland, oggi Ausglobe Formula Spa, dove inizia il percorso formativo e professionale seguendo clienti importanti come Aeroporti di Roma, Yomo, BMW e altri ancora come Barilla, che segue con particolare interesse.

‘Uno dei progetti più interessanti - dice - dato anche il rapporto con Vico Magistretti che ne cura il progetto, qui in veste di architetto e non di designer, anche se le due discipline non si possono mai disgiungere.

 

Ha rubato qualcosa al grande maestro?

Il più possibile.

Quando hai la fortuna di trovarti alla presenza di un grande maestro, non puoi esimerti dall’apprendere con grande umiltà.

 

Vi è però la voglia di una professionalità indipendente?

Sì, come sempre accade, ho voluto gestire la mia professione in maniera autonoma per esprimere un mio pensiero architettonico, per potermi confrontare in prima persona .

Nel 1996 lascio Milano, anche se da questa città non mi sono mai staccata, apro uno studio tutto mio a Legnago in provincia di Verona, da dove provengo.

E’ dura, durissima, mi sento un architetto di frontiera, in un luogo dove la parola architettura corrisponde ad edilizia e dove edilizia corrisponde a bassa qualità costruttiva in tutti i settori,  ma soprattutto nelle abitazioni.

Anche se a guardare bene il problema nel settore abitativo, è generale per tutta Italia.

Basti guardare oltre la cintura dei centri storici  dove gli interventi sono sempre meno qualificanti e diventa sempre più difficile intervenire con progetti innovativi sul piano morfologico e funzionale.

Con il Piano Casa si può avere l’occasione di veri interventi di rinnovamento dei tessuti urbani, facendo si che questa legge sia di incentivazione all’architettura contemporanea di qualità.

 

 

E lei come s' inserisce in  questo contesto?

Facendo poche cose  ma qualificanti.

Curo il progetto dall’inizio alla fine, dal preliminare fino alla direzione lavori in cantiere, dove il rapporto con chi lavora e costruisce è costante.

Il progetto non è solo disegno in studio ma è in cantiere che verifichi le tue idee e ti confronti con la realtà costruttiva.

Infatti, come diceva Gropius, “non esiste un genio dotato di facoltà divinatrici o di fantasia sufficiente a valutare esattamente gli effetti di tutti i dettagli del suo progetto esecutivo”, per questo seguire costantemente l’opera in costruzione è molto importante.

 

L’idea di un progetto nasce in un momento particolare?

Io le cito Le Corbusier, pubblicando gli appunti sulla nascita della chiesa di Firminy, così ci descrive il processo creativo: “ quando un compito mi è affidato, ho l’abitudine di metterlo nella mia memoria, …La testa umana è così fatta da possedere una certa indipendenza : è una scatola dove si possono versare gli elementi di un problema. Si lasciano fluttuare, poi un giorno con iniziativa spontanea dell’essere interiore, lo strappo si produce, si prende una matita  e si partorisce l’idea sulla carta”. 

L’idea di un progetto può nascere ovunque, non necessariamente a tavolino, anche perché una volta innescato il meccanismo di richiesta da parte della committenza, questo ti segue ovunque 24 ore su 24 in un interscambio continuo di pensieri e segni, cercando di affrontare i problemi che scaturiscono dal ragionamento progettuale e di risolverli, non tradendo mai le aspettative tue e di chi dovrà usufruire dell’opera che andrai a costruire.

 

 

 

Renzo Piano dice che i bisogni e i sogni devono coincidere in un solo oggetto e che rispondere tecnicamente ad un bisogno non è più sufficiente ma bisogna dare risposta anche ad un desiderio nel momento in cui si progetta. È d’accordo?

Nella realtà, l’idea di un progetto è sintesi di più elementi,  primo di una tua formazione culturale, da qui la maturazione professionale, di una tua grammatica architettonica che si dovrà mettere a disposizione delle esigenze della committenza, la quale oltre ad esprimerti un bisogno, ti esprime anche il desiderio di realizzare un suo sogno.

Nella progettazione architettonica non credo esista l’impulso creativo selvaggio, ma tutto deve ricondursi a più elementi, siano essi derivanti dalle esigenze tecniche che da desideri più emotivi attraverso l’accumularsi di fatti, di esigenze, di idee, di forme, di colori, ne consegue così la necessità del confronto e della scelta.

 

Quindi il committente è molto importante nella nascita di una idea?

E’ fondamentale, è colui che determina l’inizio del progetto secondo le sue esigenze.

Al momento creativo “inventivo” nel nostro operare succede così il momento” critico” di confronto.

Importante non interrompere mai questo rapporto che deve essere continuo fino alla fine.

Io coinvolgo sempre la committenza anche in fase di cantiere è una ulteriore verifica se l’opera corrisponde a quanto richiesto a quanto tanto desiderato e sognato.


 

 

Ma Lei vuole stupire il suo committente con le sue idee?

Assolutamente no.

Anche se oggi c’è questa tendenza, soprattutto fra i più famosi architetti, io credo di più nell’educare una committenza oltre che alla qualità edilizia che soddisfa uno stato di bisogno attraverso degli strumenti nozionistici, e credo all’architettura la quale si pone lo scopo di tendere a dei bisogni più spirituali, morali secondo il senso attivo del contributo critico e non della continua accettazione dei parametri che ci vengono imposti.

E’ necessario perciò educarsi a “vedere” e comprendere quanto ci sta intorno, cercando di avvicinarci di più all’animo dell’essere umano che queste architetture dovrà abitarle, viverle o percorrerle nel caso di edifici pubblici.

Le grandi opere che ci stupiscono, ci sono state in tutte le epoche storiche e sono di riferimento per la sociètà ma dobbiamo pensare che alla grande opera deve corrispondere un tessuto urbanistico e architettonico che deve tendere a quella grande opera e non essere l’ombra di essa.

Se la nostra categoria professionale facesse fare alla committenza il salto di qualità, dall’edilizia all’architettura, avremo una nuova dimensione del costruire  quindi dell’abitare, migliorando lo stile di vita di tutti e non di pochi privilegiati.

 

Per quanto riguarda le mie idee progettuali, ho visto clienti emozionarsi di fronte alla più elementare semplicità, alla pulizia di una progettazione non invadente ma” coerente all’unità” e fedele a un percorso ideativo che non si interrompe per scelte derivanti da capricci creativi dell’architetto che vorrebbe autocelebrarsi ogni qualvolta che gli si pone l’occasione.

Ciò mi costringe  ad una determinatezza che non è solo di pensiero ma anche di materia .

Come dice F.L. Wright: “ il legno e l’intonaco si accontenteranno di essere e di apparire legno e intonaco, non aspireranno ad essere trattati da assomigliare al marmo. Né gli edifici di cemento armato vorranno sembrare di marmo o di pietra”.

 Usare erroneamente qualsiasi materiale è tradire l’integrità di tutta la composizione, per questo rimango fedele ad un concetto di architettura non da effetti speciali, pur non negando ad essa tutto ciò che può offrire oggi la nuova tecnologia, fondamentale per rapportarsi alle esigenze odierne.

 

Per Lei i materiali sono molto importanti e quindi scendendo di scala nel dettaglio, affronterà anche temi che si avvicinano più al design.

Come si rapporta con questa disciplina?

“Non ci sono differenze sostanziali tra la costruzione di un edificio o un prodotto di arredo", nella progettazione architettonica io tendo ad un pensiero unitario, non disgiungendo mai il contenitore dal contenuto.

Non sarebbe possibile progettare ad esempio un' abitazione, senza pensare cosa essa dovrà contenere e come sarà vissuta e da chi sarà vissuta.

Poiché  voi  con la vostra rivista vi occupate di barche, credo che avvenga lo stesso processo, alla progettazione esterna  segue una logica degli spazi interni, costruiti per soddisfare tutte le esigenze di vivere dentro a questa opera e l’articolazione dei vari componenti che si giuntano l’uno all’altro danno la dimensione della vera bellezza della costruzione, un’opera d' ingegneria e di architettura con una ulteriore dimensione che è quella del movimento e pertanto ancora più bisognosa di attenzioni e di cura nel definirne i dettagli .

 

 

 

Un’ultima domanda, Lei s' interessa di parecchie cose, l’architettura e il design sono le discipline fondamentali , ma va oltre, perché?

La curiosità impegna la mia mente in ogni momento, tutto ciò che scaturisce da un pensiero creativo mi interessa, architettura, design, arte, moda, scrittura, fa parte di un desiderio di conoscenza e di approfondimento, di elaborazione mentale e di accrescimento .

Un interscambio continuo di conoscenze, da vita a delle idee più compiute più definite che arrivano a soddisfare più requisiti, non lasciando niente alla casualità, fin dove ti compete.

 

Lei, si era anche interessata a un Museo della moda a Milano, oggi i tempi sembrano non essere ancora maturi 

Il desiderio di conoscenza in varie discipline come l’arte, l’architettura, la moda, il design, deve essere vissuta , vista , toccata  non può essere solo digitalizzata, oggi si pensa che attraverso internet si possa arrivare a tutto .

E’ vero puoi anche portare nel tuo schermo qualsiasi forma d’arte, ma non sarà mai come vedere la realtà.

Le regalo un pensiero: “vorrei vedere attraverso le pieghe del tuo vestito, la trasparenza della tua anima, per poterti leggere dentro”, con internet le pieghe rimangono piatte e certamente non trasmettono grandi emozioni.

Per questo i musei hanno ragione di esistere, anche quello della moda.

Ma ne riparleremo.


Architetto Mirella Borin

Piazza Garibaldi 13

37045 Legnago (VR)

0442-600248

348-2850359

archmirellaborin@alice.it


 

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