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Autumn in New York Stampa questa paginaNews Feed


Famosa nel mondo per il suo inconfondibile skyline, New York è la città-simbolo degli Stati Uniti. Ma essa è anche la meno americana di tutte; cosmopolita, libertina, frenetica... E' un crogiolo di culture diverse. Sono i suoi abitanti a renderla tale. La maggior parte delle persone incontrate in questa città non sono di questa città: c'è il negoziante cinese, l'imprenditore italiano, la commessa spagnola, il breakdancer portoricano. Ognuno che porta di sé e della sua cultura d'origine qualcosa che arricchisce e rende unica questa “grande mela”.



Ogni volta che torno a New York mi sembra di essere a casa: non mi sento in un paese straniero. Qui le tradizioni si mescolano e a volte si fondono creando uno scenario in cui il passato, il “vecchio mondo”, diventa un tutt'uno con la modernità del presente. “E' come se tutte le guglie, le cattedrali e l'architettura europea fossero state messe insieme su uno scaffale, ma ad un'altezza ben più vertiginosa. Guardando Manhattan da un'imbarcazione in arrivo giungi alla percezione dell'eternità, con gli edifici che sembrano creare un jazz cosmico”.



Questa è la visione di Allen Ginsberg, poeta della Beat Generation, mentre sta per attraccare al porto di New York nel 1958. Ginsberg, insieme ad altri scrittori suoi contemporanei, ha sempre considerato questa città “eccitante”; altri, invece, come Michael McClure e Lew Welch, la consideravano brutale, capace di soffocare la creatività. New York è tutto questo. E' una città dai mille volti e dalle molte sfaccettature, le quali lasciano intravedere quelle contraddizioni (eccesso-moderazione; ricchezza-povertà; schiavitù-libertà;...) che ormai caratterizzano ogni tipo di comunità industrializzata.


Da sempre New York è uno sorta di “scintillante calamita” per cantanti, scrittori, pittori, musicisti... E ognuno ne dà una propria chiave di lettura per poter interpretarla. Per questo non bisogna basarsi interamente su di una singola descrizione. Come disse Jack Kerouac: “L'unica cosa da fare è andarci”.

La prima volta che misi piede a Manhattan, mi sentii come se fossi in mezzo ad una giungla. L'altezza dei grattacieli mi schiacciava verso il basso; il traffico, la folla e il rumore assordante di clacson e ambulanze mi disorientavano. Ebbi come l'impressione di non poter fuggire da quel reticolo grigio di strade e palazzi che mi avviluppava. Tuttavia si trattò di una prima impressione.


Visitandola più volte, camminando per i vari quartieri e andando alla ricerca delle sue particolarità, constatai che New York non era poi quel caos che a prima vista mi colpì. Non c'è solo la New York dei grandi negozi, dell'affollata 5th strada o della luminosa e appariscente Time Square. Esistono luoghi che riescono ancora a trasportare la gente in una realtà diversa da quella della grande metropoli che “soffoca la creatività”. Per trovare questi luoghi bisogna scrutare attentamente nelle viscere della città; bisogna viverla; non bisogna fermarsi agli stereotipi raccontati su di essa.


Il primo luogo che scoprii, e che mi fece aprire gli occhi sulla reale bellezza di New York, fu Central Park. Ebbi la fortuna di vederlo per la prima volta in stagione autunnale. Dopo le feste e il clamore dell'estate, l'autunno porta una malinconia sottile che vaga per le strade della città. Questa malinconia la si ritrova nel silenzio del parco, dove gli alberi si spogliano lasciando cadere foglie appassite sui prati, lungo i viali abbandonati, sulle panchine ora tristi e solitarie...Qualcuno ancora passeggia lungo i sentieri dei laghi, porta a spasso il suo cane, riposa sui prati cogliendo il calore degli ultimi raggi di sole.



I colori di questo luogo, così intensamente rossi, gialli e verdi, aprono uno squarcio sull'essenza di questa città. Ed è un'essenza mutevole che spazia tra la più assoluta mondanità e frivolezza dei locali del Greenwich Village e la tranquillità dei piccoli e antichi Caffè situati nelle zone più remote e meno frequentate della città; spazia tra il ritmo frenetico dei lavoratori di Midtown e Lower Manhattan (la zona di Wall Street), e il romanticismo del suo parco nell'Upper Side; spazia tra la vivacità presente quando in città ci sono eventi quali la settimana della moda o le partite dei Mets e degli Yankees, e l'ammirazione provata davanti alle opere del Guggenheim Museum e del Moma.


Ho vagato per le strade, i ponti, Time Square, i caffè, lungo il fiume; ho incontrato i miei amici beat-nik e con loro ho continuato a girovagare; ho avuto alcuni amori con le ragazze del Village, e ho fatto tutto questo con quella gioia sfrenata e folle che ti assale non appena torni a New York”. Così Jack Kerouac commenta la sua New York. Ed io non posso non condividere. Alla fine questa città porta chiunque la veda ad amarla. E non smette mai di sorprendere.









Foto e testi di Martina Orsini

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